Noi e il paese, Dio e il paese

pietra

«In principio di questa storia c’è la città. La città è una città piuttosto piccola che grande, piuttosto brutta che bella, piuttosto sfortunata che fortunata e però e nonostante tutto questo che s’è appena detto, piuttosto felice che infelice. Era – ed è – collocata in una grande pianura, su una sorta di dosso formato, qualche milione di anni fa, dal moto delle maree o dai sedimenti dei fiumi di un mondo ancora inconsapevole delle nostre vicende, ancora beato dei suoi dinosauri e delle sue felci grandi come alberi; e si affaccia su un orizzonte di montagne cariche di neve come sulle quinte di un immenso palcoscenico, in un paesaggio che gli Dei hanno voluto sistemare in questo modo, perché fosse il loro teatro. Lassù sopra le nostre teste, infatti, negli spazi senza tempo che noi chiamiamo universo, di tanto in tanto gli Dei – quelli di Omero – vengono ad assistere allo spettacolo delle nostre passioni e delle nostre lotte; e un’eco delle loro risate è forse percepibile nello scroscio delle acque che in primavera straripano tutt’attorno alla città, allagando i terreni coltivati, e nel rumore del vento che, d’ autunno, fa turbinare le foglie sui viali, spingendo le nuvole verso le montagne lontane. Gli Dei – già il vecchio Omero ne era consapevole – non hanno alcuna pietà delle sciagure degli uomini e hanno un senso dell’ umorismo piuttosto bizzarro, perché conoscono l’esito delle nostre vicende prima ancora che siano incominciate; sanno il giorno e l’ora in cui moriremo, e in quali circostanze; e ridono fino alle lacrime vedendoci lottare per cose che non ci apparterranno, e che saranno comunque diverse da come le abbiamo immaginate. Ciò che soprattutto li diverte, però, sono i nostri progetti e i nostri sforzi per dare un senso al futuro; e la storia che si racconta in queste pagine, di una casa e degli uomini e delle donne che ci abitarono, e del sogno di un mondo più libero e più giusto che si sognò nella città di fronte alle montagne e nella grande pianura, li avrebbe forse fatti morire dal ridere, se gli Dei potessero morire. Era dai tempi di Omero, e della guerra di Troia, che i nostri vicini del piano di sopra non spalancavano così larghe le loro bocche e non facevano risuonare così forte le loro voci, da un capo al!’altro dell’universo. Chi leggerà questa storia, se tenderà l’orecchio, potrà sentire quasi in ogni pagina un’eco affievolita di quel lontano clamore; e, ancora dopo avere chiuso il libro, di tanto in tanto gli sembrerà di riascoltare le risate degli Dei, lassù oltre l’azzurro del cielo dove loro vivono…»

(Sebastiano Vassalli, Cuore di pietra)

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